venerdì 24 aprile 2009

Un 25 aprile da fossa comune: dentro, i giovani che hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupante straniero

Fossa comune sotto al ponte. Erano tutti giovani che hanno combattuto per liberare l’Italia dall’occupante straniero. Per lo più dai venti ai trent’anni. Alcuni volontari, altri precettati alle armi. Hanno reso l’anima al Signore perché volevano ricacciare l’invasore. Sono morti, punto. Niente ricorrenza in loro onore, anzi.

Eppure, che colpa avevano se sono nati, cresciuti, formatisi e hanno combattuto con la convinzione d’essere nel giusto. D’altra parte, anche il Papa lo aveva detto. Quindi, il Duce è la luce, simboli del fascio in ogni dove e il Papa che dice che Benito è l’uomo della Provvidenza.

Queste le premesse. Poi, sbarcano gli alleati nel Sud Italia e la chiamata alle armi. D’altronde, per cinque anni erano stati il nemico da combattere. Poi l’invasore da ricacciare in mare.

Altro non c’era da sapere perché la Casa Reale era scappata notte tempo col Governo, l’8 settembre del ’43, dopo aver proclamato l’ambiguo armistizio secondo il quale la tregua era firmata ma la guerra continuava nei confronti di chi ci avesse attaccati. A ognuno la scelta su come comportarsi, ma con condizioni radicalmente diverse.

Al Sud, con gli angloamenricani di stanza, la convenienza nell’essere col Re. Al Nord, con i tedeschi in casa, la necessità di stare col Duce. A prescindere dal fatto che poi si sarebbe scoperto essere dalla parte sbagliata della storia. Ma solo poi, con dovizia di particolari e libertà di conoscenza sconosciuti all’epoca dei fatti.

Però il tempo rende giustizia e finalmente per gli italiani non c’è più distinzione tra chi è caduto perché partigiano contro l’occupante germanico e chi è caduto perché patriota contro l’invasore anglosassone. Sono tutti accomunati da un fatto: il 25 aprile, specialmente se si concilia bene col 1° maggio, è un gran ponte.

Luca Procaccini

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