martedì 21 aprile 2009

25 aprile, Berlusconi ci sarà per ricordare 80 milioni di italiani e migliaia d’americani

Il 25 aprile è il giorno dedicato alla liberazione dell’Italia dai tedeschi, che prima di diventare esercito occupante il suolo patrio era esercito alleato nella guerra contro gli angloamericani.
Il cambio di stato fu decretato dall’ineguagliabile Badoglio che, l’8 settembre del ’43, alla radio disse che la tregua era firmata con gli alleati ma la guerra continuava con chiunque ci avesse attaccato. Neanche il coraggio di citarli i nazisti, che da alleati diventavano nemici incazzati. E averci nazisti incazzati da Napoli in su non era un bel vedersi in Italia.

Con queste premesse, un lavoraccio quello degli angloamericani il ricacciare il germanico sempre più su fino e oltre il confine. Mica una passeggiata di salute. Ma noi siamo sempre stati i più furbi, e così il governo provvisorio del Re tentò di accreditarsi agli occhi dei nuovi amici come alleato per poter trasformare la nostra condizione, da nazione che aveva determinato e perso la guerra, in nazione vincitrice il conflitto mondiale. E invece picche, mai ci fu riconosciuto lo status di alleati, fummo definiti cobelligeranti contro il tedesco. Un modo per dirci di non allargarci.

Allo stesso modo, quelli che si definirono partigiani, seppur importanti nelle strategie militari complessive, vollero vendersi come liberatori del nord Italia anche se ciò mai sarebbe accaduto senza il massiccio intervento angloamericano. Altro tentativo, seppur meno meschino di quello del governo, di accaparrarsi meriti non tutti propri degli italiani. Poi, con la caduta definitiva del fascismo e la fuga dei nazisti, il 25 aprile appunto, quei 40 milioni d’italiani che popolavano l’Italia si sdoppiarono. Fino ad allora 40 milioni di fascisti, dopo di allora 40 milioni di antifascisti.

La storia è servita, abbiamo liberato l’Italia dall’occupante straniero e determinato la sconfitta del fascismo. Tutto da soli, con il marginale intervento dei nostri alleati. Gli angloamericani, ovviamente.

E allora bene fa Berlusconi a partecipare alle manifestazioni del 25 aprile che si terranno al cimitero americano di Nettuno. Il luogo ideale per ringraziare migliaia d’americani e 80 milioni d’italiani che hanno consentito all’Italia di essere un Paese democratico.

Luca Procaccini

lunedì 20 aprile 2009

Il presidente dell’Iran accusa Israele di razzismo. Obama soddisfatto

Obama aveva fatto una scommessa difficile. In questo momento così delicato, quando il terrorismo è lontano dall’essere sconfitto, ha deciso di cambiare spartito con l’Iran.
Fa nulla che da quelle parti si lavora giorno e notte per procurarsi la bomba atomica. E fa nulla che ai segnali di distensione lanciati dall’America si risponde con il processo farsa alla giornalista USA arrestata in Iran e condannata, dopo averle estorto confessione con promessa della liberazione, a otto anni di reclusione per spionaggio. Ovviamente, è solo il prezzo da pagare nel breve periodo per ottenere grandi risultati nel lungo periodo. E i frutti non tardano ad arrivare.

Oggi Ahmadinejad accusa Israele di razzismo. Un trionfo della politica estera di Obama. I toni si stemperano: dall’odio religioso tra Islam ed Ebraismo, a una modesta questione razziale. Dalla tensione religiosa a quella scientifica. Basta dimostrare ad Ahmadinejad che le razze non esistono. Altro che questioni di fede tra Imam e Rabbini. Basta un convegno tra antropologi di spiccata fama e il gioco è fatto. Tranquilli, siamo in buone mani, la pace s’avvicina.

Luca Procaccini

domenica 19 aprile 2009

Obama. Lo statista con vasellina

Nei primi mesi di Governo, l’abbronzato ha fatto grandi cose per dimostrare la distanza tra il suo modo di concepire il potere rispetto a chi lo ha preceduto. E ha funzionato fintanto che s’è trattato di fare scenografia. Tutti in delirio perché va in giro per la Casa Bianca in maglioncino mentre la moglie ricava un orto nel giardino del palazzo del potere. Tutti in visibilio perché lo si incrocia al fast food mentre allunga la banconota per pagare come un illustre sconosciuto, per poi mangiare un panino che si disfa tra le mani come accade ai più impediti.

Sull’onda della commozione generale, l’idea. Esportare il metodo. Si cambia anche in politica estera. Partecipazione al convegno dei Paesi sudamericani e pacche sulle spalle con Chavez, l’ultimo degli ultimi comunisti, oltre che aperture d’ogni genere all’Iran.

Si vedono i primi frutti. La giornalista americana arrestata in Iran è stata condannata dopo un processo a porte chiuse per spionaggio in favore degli USA. Ovviamente, dopo averle estorto confessione con promessa della liberazione.

Il presidentissimo rassicura. Non cambierà il suo modo d’approcciare l’incarico ricoperto. Aggiusterà solo un poco il tiro e, per precauzione, viaggerà sempre con vasellina al seguito. All’occorrenza, meglio spalmare che altrimenti brucia.

Luca Procaccini

giovedì 16 aprile 2009

Il monopalla Berlusconi e il socialista Bossi

Con l’accorpamento delle elezioni europee con il referendum, il quorum si sarebbe raggiunto sicuramente e il quesito referendario sarebbe passato molto probabilmente, con il risultato che la Lega sarebbe stata ridimensionata se non annullata.

Con la scusa del risparmio per le casse dello Stato, Berlusconi avrebbe avuto ben donde per accorpare il referendum alle elezioni europee e lasciare alla Lega l’onere di spiegare perché fare votazioni separate con aggravio di costi e probabile mancato raggiungimento del quorum per il referendum con delusione delle aspettative dei referendari.

Con la minaccia di crisi di maggioranza e caduta del Governo, Berlusconi avrebbe potuto stropicciarsene e conservare l’accorpamento lasciando alla Lega l’improbabile compito di uscire indenne dal referendum, oltre che dall’incazzatura generale per un eventuale crisi da scatenare in un momento storico così difficile, sia per le congiunture economiche mondiali sia per i fatti nazionali derivanti dal terremoto abruzzese.

Con una condotta del genere Berlusconi avrebbe fatto vedere le palle, ma ha preferito fare come l’italiano medio. Un colpo alla botte e uno al cerchio. Accontentare tutti per accontentare nessuno. Il referendum si fa non con le europee ma con il ballottaggio derivante dalle elezioni amministrative. Un po' si risparmia, un po' si accontenta i referendari, e un po' si tiene buona la Lega.

Con questa scelta, Berlusconi dice di aver evitato una crisi di governo che non ci possiamo permettere. Non è vero, con questa scelta si conservano le alleanze con la Lega anche per le elezioni amministrative, il cui sistema elettorale non vene sfiorato dal quesito referendario.
Altro che Berlusconi con le palle, questo è Silvio monopalla. Ma c’è il premio di consolazione. Potremo gustarci Bossi che invita ad andare al mare anziché a votare. Uguale a Bettino Craxi. Senza offesa per gli eredi.

Luca Procaccini

martedì 14 aprile 2009

“Anno zero”. Niente “diretta”, si prevedono solo registrazioni

Il copione è sempre lo stesso. Santoro sceglie il nemico, e seleziona gli ospiti della trasmissione in maggioranza militarmente schierati contro il rivale prescelto. Poi apre la trasmissione con la predica di Travaglio che non ammette replica. Appena può, invita Di Pietro e trasmette filmati di Beppe Grillo. Successivamente alla puntata, la polemica e la domanda di rito sui soldi pubblici spesi per trasmissione di tal fatta. Immediatamente dopo, la scena consueta di Santoro che si meraviglia delle reazioni e di Di Pietro che blatera il rischio di regime perché si vuole imbavagliare l’informazione non schierata.

Tutto visto, tutto vecchio. Alla fine è una catena di montaggio. In 21 anni di giornalismo di Santoro, l’unica novità degna di nota l’ha offerta quando, qualche anno fa, riprese le trasmissioni con i capelli visibilmente tinti. Neanche vale la pena fare la diretta, tanto vale registrare.

Luca Procaccini

sabato 11 aprile 2009

Berlusconi facci vedere la palle

L’avversione della Lega al referendum sulla legge elettorale si spiega perché, se si raggiunge il quorum e passa il referendum, il premio di maggioranza non va più alla coalizione ma solo alla lista. Quindi, la Lega non sarebbe più determinante per vincere le elezioni perché il PdL, se prende un voto in più del PD e della Lega, si becca per intero il premio di maggioranza e governa. Senza la Lega, appunto.

Ecco perché il carroccio vuole che si tengano consultazioni separate. Prima le europee, poi il referendum. Così, come accade da più di dieci anni a questa parte, l’elettore pigro non va a votare per il referendum, il quorum non si raggiunge e la modifica non passa. Invece, se si accorpa il referendum alle elezioni europee, l’elettore che va a votare per il Parlamento europeo, per quanto pigro, se gli mettono in mano un’altra scheda, il voto lo esprime, e il quorum lo si raggiunge.

E allora questa è l’occasione per il completamento della rivoluzione Berlusconiana. Infatti, Berlusconi che aveva fondato Forza Italia e governato malamente con AN, UDC e Lega, col nuovo giro ha accorpato FI ed AN nel PdL, licenziato l’UDC e conservato il rapporto con la Lega. E le cose vanno molto meglio. Ma tutto è perfettibile. E l’occasione è servita: se passa il referendum elettorale, il PdL governa anche senza la Lega.

Controindicazione: la Lega fa “pressioni” affinché non ci sia l’accorpamento delle consultazioni per affossare il referendum. Traduzione: la Lega minaccia di togliere l’appoggio al Governo se passa il referendum. Quindi, minaccia la crisi e le elezioni. Come nel 1994. chi tradisce una volta tradisce sempre, direbbe qualcuno.

Soluzione: le palle di Berlusconi, se le ha. Che si faccia l’accorpamento delle consultazioni, motivandolo semplicemente con un risparmio di 400 milioni di euro per le casse dello Stato. Che passi il referendum e che la Lega rompa l’alleanza e determini lo scioglimento delle Camere. Che si vada pure a votare, ma questa volta ognuno per se Dio per tutti.

E allora: il PD, conciato com’è, oggi ambisce a raggiungere il 27% dei voti per non dover dichiarare fallimento totale; la Lega, movimento tribale che nessuno si fila al Centrosud, mai potrà competere neanche col PD. Resta il PdL, che oggi viaggia su percentuali spaziali e che, con la legge elettorale modificata, potrà godere in solitudine del premio di maggioranza e governare.
Non manca nulla. Solo l’esibizione delle palle di Berlusconi. Dai Silvio, faccele vedere.

Luca Procaccini

venerdì 10 aprile 2009

IDV, PD: Io Divoro Voi, Poveri Disgraziati

Quando il PD nacque, disse ai quattro venti d’essere partito a vocazione maggioritaria e che non avrebbe fatto patti elettorali con nessuno. Invece l’accordo lo fece con l’Italia dei Valori a patto che si sarebbe fatto unico gruppo in Parlamento.

Di Pietro salì in carrozza e, raggiunto l’obiettivo, rinnegò l’accordo e si fece il suo bel gruppo.

Nel corso del primo anno di vita parlamentare del PD moderato a vocazione maggioritario, e in assenza dell’ala sinistra del Parlamento, Di Pietro s’è imposto sulla scena per i toni da opposizione cari a Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani. E il bel giocò funzionò tanto da spingere prima Veltroni, e poi Franceschini, a inseguirlo sull’antiberlusconismo facendo del PD, per quanto riguarda i contenuti, una replica dell’Ulivo.

Poi venne il tempo delle elezioni regionali in Abruzzo e Di Pietro impose al PD il suo candidato. L’elezione fu vinta dal PdL, ma l’Italia dei Valori raggiunse consensi mai sperati, a discapito del PD che ancora se ne lecca le ferite.

Ora è tempo di elezioni europee e Franceschini dice che Berlusconi non si deve candidare perché mai potrebbe assumere l’incarico di euro deputato, mentre Berlusconi dice che si candida e che anche l’opposizione dovrebbe candidare un leader se l’avesse. Ed ecco Di Pietro che annuncia la sua candidatura al Parlamento europeo, con Franceschini fermo al palo.

Infine, per le amministrative con le alleanze da farsi per le elezioni di sindaci e presidenti di province, ecco puntuale Di Pietro che dichiara che non sarà in ogni dove alleanza col PD. Motivazione ufficiale: non ci sono state primarie, in generale, e in alcuni casi particolari non si sono condivise le politiche amministrative locali. Motivazione reale: se l’IdV è forte,
o se può arrivare al ballottaggio meglio del PD, che sia questo ad appoggiare il candidato di Di Pietro. E se Franceschini sottolinea che le percentuali di consenso del PD sono più alte di quelle dell’IdV, e quindi spetta al suo partito avere più candidati sindaci e presidenti di province, Di Pietro risponde: mollato l’alleato.

Sandro Sisler