domenica 18 gennaio 2009

Di Pietro e Craxi: vicenda più viva che mai/1


Oggi è il nono anniversario dalla scomparsa di Craxi (in Tunisia).

Fino a pochi giorni addietro, per alcuni era uno statista rifugiatosi in terra amica, perché tradito in quella propria; invece, per Di Pietro, Craxi era un latitante fuggito all’estero.

Fino a pochi giorni addietro, per alcuni Craxi era uno cui non sono stati garantiti fino in fondo i diritti della difesa; per Di Pietro, uno responsabile in ogni caso perché non poteva non sapere.

Fino a pochi giorni addietro, Craxi era per alcuni quello che (coerentemente) in Parlamento invitò a fare un cenno chi tra gli astanti non avesse coscienza del sistema del finanziamento dei Partiti; per Di Pietro, uno che aveva reso confessione.

Fino a pochi giorni addietro, per alcuni era uno linciato dai media; per Di Pietro, Craxi era oggetto dell’informazione civile di un Paese democratico.

E arriviamo al nono anniversario dalla scomparsa.

Craxi per alcuni è uno statista tradito - e linciato dai media - cui non sono stati garantiti i diritti della difesa.

Chissà mai che anche Di Pietro la pensi così, dopo gli accidenti occorsi al figliolo per le richieste di raccomandazioni a seguito delle quali ne è derivata l’iscrizione nel registro degli indagati per l’ipotesi di commissione del reato di abuso d’ufficio e turbativa d’asta con immissione nel tritacarne dei media. E perché, in via ipotetica, Di Pietro dovrebbe pensarla così anche lui? Per il timore del fatto che gli italiani possano ritenere che non potesse non sapere di quanto faceva il figlio; così come Craxi non poteva non sapere che cosa facessero i suoi uomini di partito. Vedi qui.

[foto via flickr.com/photos/xurble]

Luca Procaccini

venerdì 16 gennaio 2009

Antonio Di Pietro “non poteva non sapere”?


La vicenda che vede indagato Cristiano Di Pietro - figlio del leader dell’Idv Antonio - nell’inchiesta sull’Appaltopoli partenopea per quelle telefonate all’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise Mario Mautone (con al vaglio dei Pm della Dda diverse ipotesi di reato, come turbativa d’asta e abuso d’ufficio) porta la memoria agli anni dell’inchiesta milanese Mani pulite.

Tempi ormai lontani dove uno strepitoso pool d’inquirenti capitanato dal Di Pietro voleva rivoltare l’Italia come un calzino, come ebbe a dire il Davigo, e c’era mezzo riuscito.

Il modo era brillante quanto semplice. Con l’ausilio del teorema secondo il quale “non poteva non sapere”.

È così che, pur se i princìpi di diritto insegnavano che la responsabilità penale è personale e l’accusa deve fornir la prova di ciò che sostiene, era passato anche il principio del “non poteva non sapere”. Quindi, i vari Craxi e Forlani non potevano non saper ciò che accadeva nel loro partito e, certamente censurabili politicamente, alle volte divenivano anche processabili penalmente.

Allora, se la regola del “non poteva non sapere” - tanto in uso ai tempi del Di Pietro togato - volessimo applicarla anche al Di Pietro in politica impegnato, avremmo un risultato certificato.

Infatti, quel che è accaduto - secondo gl’inquirenti - ha riguardato l’Italia dei Valori della quale egli è il segretario quanto Craxi lo era del Partito socialista. E se Craxi “non poteva non sapere” quel che gli capitava in casa in senso figurato, Di Pietro “non poteva non sapere” quel che gli capitava in casa in senso letterale, perché di rapporto filiale s’è trattato.

Quindi, mi conforta il fatto che non pare sia ancora in voga il teorema del “non poteva non sapere”, e son curioso di conoscere se quel che sostiene la Procura troverà sostegno nella prova.

Se così dovesse essere, attendiamo di vedere qual uso farà Di Pietro dell’antico criterio del “non poteva non sapere”.

Nessuno vuole che sul semplice concetto si possa estender penalmente il precetto. Ma non potendosela cavare come Craxi con Chiesa tentò di fare (dandogli del “mariuolo”), da Di Pietro siam curiosi di sapere se possiamo dire che “non poteva non sapere”.

Luca Procaccini

giovedì 15 gennaio 2009

Travaglio indagato, imputato, condannato, indultato e forse anche prescritto


Chi ha avuto la disavventura di ascoltare qualche monologo di Travaglio, ospite costante delle trasmissioni di Santoro, certamente ricorda che il figuro amava marcare le distanze con coloro che, secondo lui, erano oltraggiosamente a ricoprir incarichi politici, anteponendo al nome la definizione di indagato, imputato, condannato, indultato e prescritto a seconda della condizione in cui il soggetto dell’attacco poteva versare.

Chi ha memoria del travagliato commento alla legge che varò l’indulto nel 2006 ricorderà che l’uomo recitava queste parole: "È chiaro che bisognerà al più presto reagire e far sentire la nostra voce contro l'inciucio presente e soprattutto contro quello prossimo venturo. Ne stiamo già parlando con alcuni dei promotori del Palavobis e dei girotondi, per organizzare alla ripresa autunnale una manifestazione per la legalità".

Chi ha presente la riforma del processo penale propugnata dal Travaglio sentirà familiari le parole di questi quando auspicava che si "abolisse il grado di appello [...] salvo l'emergere di nuove prove, e si introducesse un filtro severo ai ricorsi in Cassazione…".

Chi era abituato a vedere in Travaglio l’amante dei processi pubblici a mezzo stampa, i processi di piazza dove l'imputato spesso e volentieri non ha nemmeno diritto di replica e basta un avviso di garanzia perché si possa considerare il destinatario del provvedimento colpevole del misfatto, certamente si sarebbe aspettato coerenza nell’uomo.

Invece no, Travaglio è stato condannato a otto mesi di reclusione per diffamazione a Cesare Previti, s’è visto concedere l’indulto, e ora interpone appello avverso la sentenza e, essendo i fatti per cui è stata emessa condanna dell’anno di grazia 2000, con i tempi della giustizia nel grado d’appello (e magari, se necessario, con l’ausilio del ricorso in Cassazione) ci sta pure che ottiene la prescrizione del reato.

Così colui che ha talmente abusato dell’apostrofare a fini dispregiativi del prossimo il termine condannato - tanto che quando, nel corso della puntata di AnnoZero, il ministro Castelli gli ricordava d’esser stato condannato per diffamazione in sede civile, tenne a precisare che era soccombente e non condannato generando evidente ilarità per il tentativo di smarcarsi col sottile distinguo - oggi è diventato nientemeno che indagato, imputato, condannato, indultato e in predicato d’esser pure prescritto.

Quando il bue dà del cornuto all’asino.

[foto via flickr.com/photos/biscuitsmlp]

Luca Procaccini

mercoledì 14 gennaio 2009

Ecopazz


È risaputo che sia in atto una crociata senza precedenti contro auto e moto vecchie. Prima, blocco del traffico in alcune fasce orarie; poi, blocco totale, a Napoli come a Milano. Qui anche con l’applicazione del balzello dell’Ecopass, per fare accedere le vecchie glorie della motorizzazione in centro.

Ora, senza scomodare i cervelloni per notare che il livello d’inquinamento da polveri sottili si innalza molto spesso d’inverno, quando vanno i riscaldamenti - mentre in primavera, estate e parte dell’autunno il fenomeno non si ripete se non sono accesi i riscaldamenti -, la domanda è: ma auto e moto sono determinanti nel fenomeno dell’inquinamento selvaggio da polveri sottili o è il riscaldamento di case, uffici e opifici a scatenare le polveri sottili?

Questione non da poco se si pensa che esistono sì normative antinquinamento per l’installazione delle caldaie nei nuovi fabbricati, e incentivi di vario genere per la sostituzione di quelle di vecchia generazione; ma non c’è una norma che metta fuori legge gli impianti di riscaldamento obsoleti e ne imponga la sostituzione entro un termine, pena l’impossibilità di accendere l’impianto prima in certe fasce orarie, poi definitivamente, passando per un periodo di tempo nel quale è possibile accenderlo pagando l’equivalente di un Ecopass giornaliero.

A pensar male si pecca, ma spesso ci si indovina, come ama dire Andreotti dall’alto delle 90 primavere, delle quali moltissime l’hanno visto protagonista d’intuizione e fiuto; però non è che la spiegazione della politica sull’inquinamento è da cercare più nel timore di adottare provvedimenti impopolari e dall’essere tutti un po’ lacché di casa Agnelli? Infatti, se impongo la sostituzione degli impianti di riscaldamento, che comportano investimenti sostanziosi, faccio imbestialire tutto il vasto elettorato che sarebbe costretto a metter pesantemente mano al portafoglio, con perdita di quantità industriali di voti. Se invece costringo al rinnovamento continuo del parco auto e moto, magari anche con incentivi oltreché con penalizzazioni, tampono il problema delle polveri sottili, ma non lo risolvo. Al contempo lustro le maniglie di casa Agnelli.

E nulla di male. Peccato che chi ne paga il dazio è la fascia debole della popolazione: quella, per intenderci, che ha curato la propria Fiat Tipo diesel azzurro metallizzato come una figlia. Certo, non quello che può cambiare il monovolume con il Suv, perché questa è la tendenza del momento.

Insomma, provvedimenti inutilmente sperequativi, oltre che sostanzialmente inefficaci, ma bipartisan, giungono istericamente da destra come da sinistra. A seconda di chi è al governo sia delle grandi città per quanto riguarda le limitazioni alla circolazione sia del Paese per ciò che consta gli incentivi alla rottamazione.

E diciamola ancora con Andreotti: vuoi vedere che il potere logora chi non ce l’ha, ma anche chi ce l’ha e non sa usarlo?

[foto via Dalla parte di chi guida, straordinario blog del network Blogosfere, che ha fatto esplodere il caso Ecopass-multe]

Sandro Sisler

martedì 13 gennaio 2009

Stop a cervelli e uccelli in fuga


In Italia, si discute molto della fuga dei cervelli perché, dicono, la ricerca non è possibile farsi in modo eccellente. E allora si accusa l’università di non saper trattenere le menti migliori, e il Governo di non saper creare le condizioni affinché i cervelli emigrati tornino nel Belpaese.
Insomma, i cervelli fuggono dall’Italia e quasi mai vi ritornano, a dispetto d’ogni riforma, anche di quella del ministro Gelmini. Tuttavia, c’è un altro tipo di fuga all’estero che interessa l’Italia: in questo caso, non si tratta di eccellenza, ma della migrazione degli uccelli.

Come è noto, la prostituzione da noi non è esercitata sotto il controllo dello Stato, com’era una volta quando con le case di tolleranza si offriva anche qui il servizio nel rispetto della norma, garantito dal controllo sanitario, e con tanto di pagamento delle tasse dalle esercenti la professione. È nel 1958, con la famigerata legge Merlin, che in Italia si chiudevano le case di tolleranza e veniva introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione. Questa normativa è stata poi inasprita dagli interventi degli amministratori locali, che con ordinanze di vario genere hanno provato a eliminare, o ridurre, il fenomeno dal territorio comunale amministrato.

È così che, a titolo d’esempio, se viene colto un milanese a negoziare il servizio con la lucciola, sulla pubblica via, gli si affibbia l’esosa sanzione pecuniaria. Ancor di più subisce il veronese che, oltre al trattamento riservato ai milanesi, può vedersi contestato l’illecito pur se si serve di chi batte in casa e non offre l’indecoroso spettacolo sulla via comunale. E tutto questo nonostante il ministro Carfagna intenda metter mano alla norma, e uniformare il sistema, con una legge che consenta il meretricio, ma tuteli la dignità della persona.

A prescindere dal fatto che un'indagine della commissione Affari sociali della Camera del 2003 ha concluso che le prostitute sarebbero in Italia dalle 50mila alle 70mila, dimostrando con ciò che la normativa in essere non ha eliminato il fenomeno, ma ha solo tacitato la coscienza degli ipocriti, due considerazioni pratiche devono farsi: uno, c’è un esercito di lavoratrici che non paga le tasse; due, il sistema repressivo spinge chi ha voglia del servizio a procurarselo all’estero. Il cosiddetto turismo sessuale, o fuga degli uccelli.

Problema: a differenza dei cervelli che quando vanno all’estero non tornano più con disappunto generale perché c’è consapevolezza della perdita, gli uccelli che migrano tornano, ma non sempre c’è da esser contenti. Infatti, oltre alla considerazione secondo la quale si poteva conservare in Italia la transazione economica, con movimentazione dell’economia e beneficio per il fisco, non sempre si può star certi che il Paese ospitante la temporanea migrazione dell’uccello abbia garantito a questo di non tornare in patria virato, ossia malato.

Quindi, che continuino le battaglie dei ministri Gelmini e Carfagna affinché riescano, rispettivamente all’università e alle pari opportunità, a far tornare i cervelli e a trattenere gli uccelli.

[foto via flickr.com/photos/araswami]

Luca Procaccini

lunedì 12 gennaio 2009

Piedigrotta e sputtaNapoli, le due tracce lasciate dalla Iervolino a Napoli


Sette anni di governo Iervolino a Napoli con poco degno da far ricordare ai posteri. L’unica traccia della mano iervoliniana era, fino a qualche settimana fa, il ripristino della millenaria festa di Piedigrotta. Che visse il suo massimo splendore fra la fine del 1800 e la seconda metà del 1900, quando divenne vetrina della musica partenopea in concomitanza col festival della canzone napoletana, prima di essere soppressa negli anni Sessanta. Poi, nel 2007, il Comune di Napoli ha ripristinato la festa. Già quando il sindaco partenopeo era Bassolino, in città era arrivato il Festivalbar e la tradizione di festeggiare il capodanno con concerto in piazza.

Con queste premesse, la continuità nella politica territoriale del Pd non poteva che prevedere altra festa, e la finezza della Iervolino fu quella di ammantare lo strumento di governo con il fascino della storia e della tradizione. Ed ecco Piedigrotta.

Nulla di nuovo a ben pensarci, evoluzione del motto di governo di sapore borbonico: al popolo bisogna dare “festa, farina e forca”. Ossia, festeggiamenti per non far pensare, pane per saziare e forca in piazza per ammonire. Da allora a oggi poco è cambiato. Niente esecuzioni in piazza, ma tanta festa e promessa di posti di lavoro utili a procurare il pane.

Qui s’era esaurita la spinta della giunta quando la Iervolino ha smesso di far festa e ha cominciato la commedia con i suoi del Pd. Napoli sommersa di rifiuti e la Iervolino che con una battuta liquida il problema asserendo che nessuno ne sarebbe morto.

L’assessore della giunta agli arresti per i disordini dovuti all’apertura della discarica, ma coinvolto anche in altra indagine per commissione di reati negli appalti pubblici, e il sindaco che commenta il suicidio come “sussulto di dignità che ad altri sarebbe mancato”, riferendosi agli altri assessori coinvolti nello scandalo. Vedi qui.

Veltroni e il presidente provinciale del Pd, Nicolais, che chiedono per Napoli una svolta e contestano la scelta della Iervolino di risolvere l’imbarazzo per l’inchiesta giudiziaria con un semplice rimpasto di giunta, e la sindachessa che va avanti infischiandosene.

Il presidente provinciale del Pd Nicolais che si dimette in segno di protesta per la scelta della Iervolino di non aderire all’indicazione del Partito, e lei che si dichiara disposta a fornire ai media le registrazioni delle conversazioni intervenute tra il sindaco del Pd e il presidente provinciale del partito per dimostrare che questi in pubblico dice una cosa, ma in privato ne sostiene altra.

I media che attendono le registrazioni incriminate e Nicolais il quale oppone diniego alla Iervolino a che vengano divulgate.

L’ex ministro del Pd Lanzillotta che propone di sfiduciare la Iervolino e questa che le manda a dire di farsi gli affari suoi.

Signori, sputtaNapoli è servita. Speriamo non ci sia replica.

[foto via flickr, album di laverrue]

Luca Procaccini

domenica 11 gennaio 2009

Cercate la femmina: con una leggina, l’economia italiana si rilancia


Si lambiccano il cervello per capire cosa fare per rilanciare i consumi in Italia e rimettere in moto l’economia. La soluzione è semplice: una legge che riapre le case chiuse.

La prostituzione nel mondo è regolamentata giuridicamente in modo ampio e variegato, ma sin dai tempi della Grecia antica esisteva sia la prostituzione femminile sia quella maschile. E già da allora le prostitute pagavano le tasse. Ora, se con una leggina abbandonassimo il sistema proibizionista e criminalizzante per abbracciare il sistema regolamentarista (teso alla legalizzazione della prostituzione) con tanto d'imposizione di tasse, il gioco sarebbe fatto.

D’altra parte, già nella storia preunitaria, Cavour - astro del Risorgimento italiano - con un decreto del 1859 rese possibile l'apertura di case controllate dallo Stato per l'esercizio della prostituzione. E nel 1860 il decreto fu trasformato in legge con l'emanazione del "Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione", con tanto di tariffe (5 lire per le case di lusso, 2 lire per quelle popolari, che poi vennero resi più accessibili dal ministro dell’interno Nicotera per limitare la prostituzione libera, la quale non subiva il controllo sanitario) e obbligo di pagare le tasse per i tenutari.

Il sistema non ha conosciuto intoppi per un secolo, con una parentesi nell’anno di grazia del 1900, perché si chiedeva la chiusura delle case di tolleranza a seguito dell'attentato a re Umberto I da parte dell'anarchico Bresci. Che i giorni prima dell’attentato li avrebbe trascorsi in un bordello. Alcuni dicono a meditare, i più pensano perché sapeva d’esser destinato a morte certa.

Solo nel 1958, con la famigerata legge Merlin, in Italia si chiudevano le case di tolleranza e veniva introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione. Poi, nel tempo, vuoi per lo spettacolo indecoroso sulle strade, per le storie di cronaca che ci hanno riportato ai tempi della tratta degli schiavi, o per la sicurezza (sotto il profilo sanitario e dell’incolumità personale di esercenti la professione e dei clienti), anche in Italia s’è da più parti proposto di tornare a rendere legale il mestiere della meretrice in locale all’uopo destinato.

Attenzione. Un'indagine della commissione Affari sociali della Camera del 2003 ha concluso che le prostitute sono in Italia dalle 50mila alle 70mila, delle quali almeno 25mila immigrate, 2mila minorenni. Invece, sono 2mila le donne e le ragazze ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. Insomma, le prostitute sono numerose e, sempre secondo la commissione, il 65% lavora in strada, il 29,1% in albergo, il resto in case private. Un esercito di lavoratori che non paga le tasse.

Se già in Italia era possibile esercitare l’antico mestiere, e in altri Paesi (anche di cultura occidentale) lo è tuttora, torniamo anche noi ai vecchi costumi. Così facendo, in un sol colpo liberiamo le strade, ci sinceriamo che a batter ci sia chi ne ha voglia con regolare pagamento delle tasse. Così, ecco entrate milionarie per il fisco al quale il piatto piange sempre e, ne siam certi, iniezione di fiducia nei consumatori. Infatti, gli esperti sostengono che con l’apertura del mercato migliorano le offerte e, di conseguenza, aumenta la domanda e si incrementa la spesa.

E poi, è innegabile che l’economia mondiale sta andando a puttane. A quanto pare in Italia ci siamo subito adeguati al trend del momento. Almeno formalizziamo.

[foto via puttanopoly.com]

Luca Procaccini