
Oggi è il nono anniversario dalla scomparsa di Craxi (in Tunisia).
Fino a pochi giorni addietro, per alcuni era uno statista rifugiatosi in terra amica, perché tradito in quella propria; invece, per Di Pietro, Craxi era un latitante fuggito all’estero.
Fino a pochi giorni addietro, per alcuni Craxi era uno cui non sono stati garantiti fino in fondo i diritti della difesa; per Di Pietro, uno responsabile in ogni caso perché non poteva non sapere.
Fino a pochi giorni addietro, Craxi era per alcuni quello che (coerentemente) in Parlamento invitò a fare un cenno chi tra gli astanti non avesse coscienza del sistema del finanziamento dei Partiti; per Di Pietro, uno che aveva reso confessione.
Fino a pochi giorni addietro, per alcuni era uno linciato dai media; per Di Pietro, Craxi era oggetto dell’informazione civile di un Paese democratico.
E arriviamo al nono anniversario dalla scomparsa.
Craxi per alcuni è uno statista tradito - e linciato dai media - cui non sono stati garantiti i diritti della difesa.
Chissà mai che anche Di Pietro la pensi così, dopo gli accidenti occorsi al figliolo per le richieste di raccomandazioni a seguito delle quali ne è derivata l’iscrizione nel registro degli indagati per l’ipotesi di commissione del reato di abuso d’ufficio e turbativa d’asta con immissione nel tritacarne dei media. E perché, in via ipotetica, Di Pietro dovrebbe pensarla così anche lui? Per il timore del fatto che gli italiani possano ritenere che non potesse non sapere di quanto faceva il figlio; così come Craxi non poteva non sapere che cosa facessero i suoi uomini di partito. Vedi qui.
[foto via flickr.com/photos/xurble]
Luca Procaccini





