sabato 10 gennaio 2009

Dalla Fiat a Patrizia, una delle storie italiane



La Fiat è la storia dell’Italia. Ce lo hanno voluto far credere con lo spot visto in tv dove si associavano alla Fiat la storia, per immagini, dell’Italia recente: ci riferiamo allo spot della 500 (vedi video in alto).

Ora, passi che la Fiat, nella sua ultracentenaria storia, s’è distinta per essere stata pronta a convertire l’industria all’economia di guerra, sia nel primo sia nel secondo conflitto mondiale, per poi riconvertirsi immediatamente all’economia di pace. Passi anche che la Fiat ha influenzato le politiche per l’incremento delle infrastrutture, nel senso di sviluppare la rete di strade e autostrade a discapito del trasporto ferroviario. Si sorvoli pure sul fatto che la Fiat ha beneficiato di contributi pubblici per l’apertura di fabbriche nel depresso Meridione d’Italia, poi ne ha chiuse alcune, al Nord come al Sud, e ha fatto accesso a man bassa all’istituto della cassa integrazione per andare all’estero a insediare stabilimenti di produzione. Pace infine al fatto che la Fiat privatizza gli utili e socializza le perdite.

Abbiamo superato tutto questo, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è lo spot incriminato.

Infatti, gli italiani, popolo latino che difende strenuamente la fama d’esser gente focosa conosciuta in tutto il mondo per le arti amatorie, ancora non ha capito come è potuto succedere che il rampollo della casa Lapo Elkann, all’epoca in coppia con la sventola Martina Stella, abbia potuto preferire d’accompagnarsi con Patrizia per far festini.

E allora, tolleriamo perfino che i media facciano ogni sforzo per farci piacere Lapo propinandocelo continuamente in video e carta stampata.

Però, secondo noi, l’Italia e gli italiani sono altra cosa dallo spot visto in tv.

Sandro Sisler

venerdì 9 gennaio 2009

Rai: a quando i pantaloncini corti con il frac rosa?


Nelle ore scorse, Beppe Grillo ha lanciato una campagna per boicottare il canone Rai. Dicendo fra l'altro in tono dispregiativo: "Giornalisti (?) come Riotta e Mimun diventano direttori di testata". Vedi qui. Noi ci limitiamo a una piccola aggiunta. A Riotta - che ha studiato Logica all'Università di Palermo e giornalismo alla Columbia University di New York, dove è stato mentor dei laureandi, che ha lavorato per vari giornali da Roma, poi da New York come commentatore del Corriere della Sera, e ha condotto la serie tv "Milano, Italia" oltre ad aver pubblicato libri prima di divenire il direttore del Tg1 (ossia il più importante Tg Rai) - una domanda gliela si deve fare. Dunque, quando lui appare in video con camicia bianca e cravatta, ma senza la giacca: che cosa ci rappresenta?

Siamo stati straziati dalle giacche improponibili di Mughini, dalle cravatte improbabili di Klaus Davi, dalle calze e dalle camicie di Luca Giurato. Ma quello lo capivamo, cattivo gusto misto voglia di farsi notare. Componenti da miscelare a piacimento.

Invece, la camicia bianca con cravatta senza giacca proprio non la comprendiamo. Specialmente se è il direttore del Tg1 a propinarcela. E da un po' anche il conduttore di "Uno mattina" Michele Cucuzza presenta il programma così, camicia e cravatta senza giacca. Irritante.

Ribelliamoci prima che qualcuno s’inventi i pantaloncini corti con il frac rosa per diventare un giornalista che si distingue in Rai.

Luca Procaccini

La sinistra diceva "We care”, dice “We can”, dirà “They win”


Se in politica funzionassero le regole della Borsa, le quotazioni del Pd verrebbero sospese per eccesso di ribasso. Il partito, che è la fusione a freddo dei Ds con la Margherita, non ha mai avuto un livello di gradimento così misero da quando è costituito, neanche al tempo delle due compagini (sommando le percentuali di ognuna). Quattro i motivi.

Primo. Agli italiani questo scimmiottare gli americani irrita. Alle elezioni del 2006, c’era Fassino che aveva scelto come slogan “We care”, mentre nel 2008 Veltroni s’è atteggiato a Obama di borgata facendo suo lo slogan “We can”.

Secondo. Il Pd non appare in grado di amministrare un condominio, figurarsi l’Italia o i suoi Enti locali. E ciò perché la dirigenza neanche riesce a governare i suoi uomini.

a) In Sardegna il governatore Soru si è dimesso per contrasti con la sua maggioranza e si tornerà a votare.

b) In Campania, è stato chiesto di fare un passo indietro sia a Bassolino (governatore della Regione), sia alla Iervolino (sindaco di Napoli), ma ne è sortita solo la dimissione dall’incarico di partito di segretario cittadino di Napoli del Prof. Nicolais. Le cause? Era in disaccordo col sindaco, sia per il rimpasto della Giunta dopo lo scandalo giudiziario sia perché - immaginiamo - piccato dal fatto che la sindachessa aveva registrato alcune conversazioni tra loro intervenute (come dalla stessa candidamente affermato ai media).

c) In quel di Pescara, il sindaco D’Alfonso (che era anche segretario regionale del Pd), inguaiato da un’indagine della magistratura, si dimette e poi ci ripensa. Ritira le dimissioni e conserva l’indennità affidando a un certificato medico il compito di tenerlo in sella. Vedi qui.

d) A Firenze, altro casus belli e il sindaco Domenici s’incatena per protestare.

Quindi, delle due l’una, o il Pd non ha i vertici in grado di gestire la propria classe dirigente, o il Pd non ha i vertici.

Terzo. Non aiuta al Pd l’essere il Partito politico che oggi somiglia di più alla Dc e al Psi dei primi anni ’90, per il numero di dirigenti e amministratori coinvolti in indagini di giustizia per presunti reati quali associazione a delinquere, concussione, corruzione, turbativa d’asta, truffa e peculato.

Quarto. A giustificare la caduta libera dei consensi, serve la chiave di lettura dell’apparentamento del Pd con Di Pietro. L’uomo sta cannibalizzando l’alleato. Così, il Pd di Veltroni - il quale in campagna elettorale s’era spacciato per partito moderato che abbandonava la bandiera dell’antiberlusconismo quale strumento di lotta politica - ha visto Di Pietro abbracciare lo stendardo e abbaiare ai quattro venti d’essere l’unico a far opposizione in Parlamento. Con tanto di ringraziamenti per la messe di voti che si sono spostati dal Pd all’Italia dei valori.

[foto via flickr.com/photos/arkangel]

Sandro Sisler

mercoledì 7 gennaio 2009

D'Alfonso, Veltroni e il nuovo che avanza


In quel di Pescara veniva carcerato, agli arresti domiciliari, il sindaco D’Alfonso perché secondo gl’inquirenti maneggiava la cosa pubblica non nell’interesse comune ma col fine di farne profitto privato. Tanto da veder contestare al primo cittadino l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Poi, con le dimissioni del sindaco, il Giudice per le indagini preliminari si determinava nel senso di concedergli la libertà perché, con lo scioglimento del Consiglio comunale, sarebbe arrivato il Commissario prefettizio. Quindi, allontanato il "discolo" e i suoi "accoliti", secondo il Giudice s’era al riparo dal pericolo che l’"allegra brigata" potesse ripetersi nella condotta delittuosa, e dal rischio che l’indagato potesse inquinare le prove. Ma l’impianto accusatorio che aveva condotto all’arresto del sindaco veniva dal Giudice integralmente confermato.

Nonostante ciò, il Pd, per bocca di Veltroni, s’era scandalizzato del fatto che ad arresto era seguito dopo pochi giorni la liberazione. E anche se le motivazioni della scarcerazione non alleggerivano d’un grammo la pesante posizione dell’indagato, il segretario s’agitava come se a una vergine era stato contestato d’essersi data per denaro. Non c’è limite alla decenza, pensavamo noi, e se questo è il rinnovamento della politica praticato dal Partito democratico, si stava meglio quando si stava peggio. Almeno, ai tempi del Partito comunista, non s’udiva un segretario dire di tali patacche.

Poi, finalmente, la svolta. Basta con il vecchio modo di fare politica nel Pd. Non sentiremo più dichiarazioni come quelle di Bassolino il quale, travolto dallo scandalo dei rifiuti, ebbe a dire che non mollava lo scranno perché nel momento di difficoltà bisogna assumersi le responsabilità e rimanere al proprio posto. O come quelle della Iervolino, secondo la quale nessuno sarebbe morto per un po’ di “monnezza” (quando Napoli ne era sommersa), salvo poi partecipare alle esequie del suo assessore, suicidatosi ai tempi in cui era agli arresti, perché coinvolto nei disordini scoppiati per le proteste contro l’apertura della discarica nel quartiere di Pianura. Non vedremo più commedie come quelle inscenate dal sindaco di Napoli che, per giustificare l’attaccamento alla poltrona, invece delle dimissioni quale epilogo dello scandalo giudiziario per la vicenda dell’appalto ultramilionario che riguardava la manutenzione delle strade (ha portato agli arresti quattro dei suoi assessori della presente giunta come di quella del precedente mandato elettorale), ci viene a dire che Napoli è un valido laboratorio sperimentale per il centrosinistra. Non assisteremo più a sindaci che si incatenano ai pali per un’intera mezz’ora, come fece Domenici (Firenze) per protestare contro la stampa di Repubblica e l’espresso che non gli era più amica, salvo poi congedarsi perché ormai s’era fatta ora di pranzo e la pietanza si freddava.

Basta con il vecchio, fate spazio al nuovo che avanza e porta il nome di D’Alfonso da Pescara.
Ora il nuovo si materializza anche attraverso un certificato medico. Ognuno di noi sa che un certificato medico non si nega a nessuno, tanto che Brunetta ha previsto la visita fiscale immediata al dipendente pubblico che si assenta dal lavoro e come “pezza d’appoggio” ci mette l’immancabile certificato a comprovare lo stato di malessere organico. Ebbene, D’Alfonso ci informa d’essere malato (e noi gli crediamo, così come crediamo all'onestà del suo medico), e lo dimostra esibendo il certificato medico stilatogli dal curante che è anche consigliere comunale di maggioranza. Poi, ritira le dimissioni e, fintantoché non guarirà della sua infermità, conserverà l’indennità di carica (il Giornale parla fra l'altro di 4.000 euro netti al mese) e il suo vice lo sostituirà. Ecco fatto, la carica è salva e il Consiglio comunale non si scioglierà.

[foto via flickr.com/photos/athomeinscottsdale]

Luca Procaccini

martedì 6 gennaio 2009

Iervolino, immondizia e corruzione: una Napoli da suicidio


Il mondo cattolico, ma anche quello laico, è in apprensione per la sorte della Giunta Iervolino. Dai verbali delle informazioni testimoniali rese dal sindaco di Napoli, abbiamo appreso che questi ha commentato il suicidio del povero assessore Giorgio Nugnes come un sussulto di dignità che ad altri sarebbe mancato: qui. È così che dopo sette anni di governo della Iervolino, questa come d’incanto s’è accorta d’essersi scelta assessori “sfrantummati” (che si po’ tradurre dal napoletano in “falliti”), e ha inteso l’estremo insano gesto del suicida come sussulto di dignità.

Tali drammatiche considerazioni la sindachessa le ha fatte all’esito degli arresti dei suoi assessori, nel corso dell’inchiesta di giustizia che intende dimostrare l’esistenza di accordi delittuosi tra amministratori pubblici e impresa privata per l’aggiudicazione di appalto ultramilionario (oggetto, la manutenzione delle strade di Napoli), quando s’è resa conto di ciò che sarebbe accaduto sotto il suo naso.

Le dichiarazioni dirompenti della Rosetta hanno fatto impressione ai timorati di Dio, come ai laici rispettosi del bene della vita, perché è apparso a tutti evidente che se interviene altro sprazzo di lucidità nella mente provata della donna, e questa dovesse malauguratamente rendersi conto della figuraccia fatta in tutto il pianeta quando Napoli s’è vista in mondovisione sommersa di rifiuti, per insolito quanto imprevedibile sussulto di dignità, concreto diverrebbe il rischio di suicidio di massa dei componenti la Giunta. Senza considerare altri scandalucci sparsi qua e là.

Intellettuali, uomini di fede e delle istituzioni, militanti di partito, semplici cittadini, tutti allarmati da questi paventati scenari tragici, sono corsi a ricordare al sindaco e alla Giunta che gesto nobile per riaffermare la loro dignità è quello delle dimissioni da sindaco e assessore. Atto sufficiente che salva la vita per rendere l’anima a Dio quando questi la richiede.

Comunque, nonostante i saggi consigli, il pericolo non è scongiurato: pare che tra sindaco e assessori si sussurri con convinzione “meglio morti che senza poltrona”.

[foto via Comune di Napoli]

Luca Procaccini

Antonio Di Pietro? Fra sbancato e sbiancato, c'è da impazzire


Anni addietro, un signore di nome Pacini Battaglia, di professione faccendiere, venne intercettato nell’àmbito di una conversazione, e non si è mai capito se ha detto: “Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato” oppure “Di Pietro e Lucibello mi hanno sbiancato”. Pacini Battaglia finì nel tritacarne di Mani pulite, famosa indagine penale capitanata da Di Pietro. Il quale allora era Pubblico ministero della Procura della Repubblica di Milano, città dove esercitava, ed esercita, la professione d’avvocato Lucibello, in rapporti con Di Pietro stesso.

All’intercettato Pacini Battaglia venne chiesto (nel corso di un procedimento penale dov’era indagato Di Pietro) il perché dell’affermazione secondo la quale Di Pietro e Lucibello l’avrebbero “sbancato”. E il chiarimento fu questo: c’era equivoco, perché non “sbancato” s’era detto, ma “sbiancato”.

Alla fine delle indagini, con sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Di Pietro (emessa dal Giudice dell’udienza preliminare di Brescia, che per motivi di forma non poté acquisire la registrazione), si chiuse la questione senza che si giungesse alla celebrazione del processo per l’accertamento dei fatti. E così tutti si son chiesti se Pacini Battaglia è stato “sbancato” o “sbiancato”.

Allo scopo d’aiutare il prossimo a capire cosa s’era detto, il quotidiano Il Foglio distribuì in allegato al giornale un Cd con la registrazione della conversazione. E fra chi l’ha ascoltata, a parecchi è parso proprio di sentir parlare di sbancare e non di sbiancare. Ma Il Foglio è di tiratura non eccezionale e milioni d’italiani son rimasti col dubbio.

Comunque, si sa, il tempo cancella tutto e noi, del dilemma, ci siamo dimenticati. Tuttavia, la storia si ripete. Questa volta un processo c’è e quando si concluderà sapremo se gli italiani sono stati “sbancati”. La questione verte sui rimborsi elettorali che, è noto, sono fondi pubblici destinati ai partiti. Secondo il Giornale, Antonio Di Pietro, oltre al partito "Movimento Italia dei valori", ha costituito l'"Associazione Italia dei valori", composta da lui stesso, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dall'onorevole Silvana Mura. Sempre stando a quando spiega il Giornale (qui e qui) a richiedere, incassare e gestire i rimborsi del “Movimento politico” (e sostituendosi a esso) sarebbe in via di fatto l'"Associazione" di famiglia, attraverso la deputata-rappresentante legale Silvana Mura. Il “tesoriere” dell'associazione di famiglia, sempre per statuto, richiede i rimborsi elettorali e “li introita (…) per conto dell'Associazione” e cura la tenuta dei registri contabili “dell'Associazione e del Partito”. Un rompicapo, che all'apparenza somiglia proprio al gioco delle tre carte.

Come andrà a finire lo sapremo poi, ma sin da ora viene naturale affermare: gli italiani, fra “sbiancati” e "sbancati", ammattiscono dietro a queste storie così difficili da decifrare.

[foto via facebook]

Luca Procaccini

domenica 4 gennaio 2009

Quelle dimissioni democristiane di Di Pietro junior



Il figlio del leader dell’Idv Antonio Di Pietro, Cristiano, chiamato in causa nell’ambito dell’inchiesta Global Service, lascerà l’Italia dei Valori. Lo ha comunicato in una lettera che il padre ha pubblicato sul suo blog.

"Cristiano Di Pietro, mio figlio - scrive l’ex Pm a commento della lettera - uscirà dall’Italia dei Valori. Lo trovo un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non è nemmeno indagato, ma lo rispetto e ne prendo atto".

Ma c’è un ma. Di Pietro junior resta consigliere comunale a Montenero di Bisaccia e consigliere della Provincia di Campobasso. Così, da una parte si dimette dal partito e dall’altra parte, nel solco della tradizione politica italiana di matrice democristiana e socialista, resta in carica nelle pubbliche istituzioni: e come mai se non perché l’incarico elettivo è retribuito?

Magnifico. Ora restiamo in trepidante attesa.

Impossibile non ricordare, però, quanto accadde a Clemente Mastella, che per le traversie giudiziarie della moglie Sandra si dimise da ministro della Giustizia. Infatti Mastella, di fronte alle intercettazioni del figlio di Antonio Di Pietro, Cristiano, ha parlato di doppiopesismo giudiziario: "Se avessi fatto io quel che ha fatto il figlio di Di Pietro? Non oso pensare cosa sarebbe successo", ha detto l’ex guardasigilli. "Invece per molto meno mia moglie Sandra è stata arrestata e io ho dovuto lasciare il ministero della Giustizia, il partito, la carriera politica. Mica voglio l’arresto per Cristiano Di Pietro, per carità, sono perdonista con tutti, ma siamo davanti a un vero e proprio doppiopesismo giudiziario. Mia moglie e tanti miei amici sono stati arrestati forse perché non erano figli di papà".

Ebbene, quale commento farà un democristiano d.o.c., quale è Mastella, di fronte alle dimissioni in salsa democristiana del piccolo Di Pietro?

Luca Procaccini